Apertura di coscienza

(Ri)leggere le Lettere di sant'Ignazio


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L’apertura di coscienza è uno dei principali mezzi che Ignazio propugna negli Esercizi. «Giova molto che chi dà gli Esercizi, senza voler domandare né sapere i pensieri propri o i peccati di chi li riceve, sia fedelmente informato delle varie agitazioni e pensieri che gli portano i vari spiriti; perché, secondo il maggiore o minore giovamento, possa dargli alcuni esercizi spirituali convenienti e conformi ai bisogni di tale anima così agitata» (Ej 17). Nella corrispondenza con i suoi, ribadisce l’importanza di «aprire le proprie viscere al superiore» (Epp 295: II, 57), il quale, «quando questo gli pare conveniente, può domandare conto delle persone e dei ministeri, e ognuno dovrà darlo» (Epp 3316: V, 14). Ciò richiede da lui, ovviamente, una retta intenzione nonché prudenza e discrezione. Tale pratica poggia sul senso di fede e di obbedienza che presupponeva il santo. «Nei nostri superiori e quelli che ci sono preposti, dobbiamo sempre considerare la persona di Cristo che essi rappresentano, e nei nostri dubbi ricorrere a loro, sicuri che per mezzo loro ha da guidarci N.S.» (Epp 7015-F: XII, 675). Nella Compagnia di Gesù questo mezzo, di antica tradizione monastica, si è rivelato un principio di governo molto efficace. Il santo ne spiega lo scopo a uno scolastico proveniente dalla provincia del Portogallo dove erano sorte varie difficoltà e domande. Qui si riportano due brevi risposte ai suoi quesiti.





Ad Antonio Brandão (1° giugno 1551)

Il nostro Padre diceva quanto importa che il superiore sia al corrente di tutto ciò che si svolge nel soggetto, per badare a tutte le sue necessità. Colui che è soggetto alle tentazioni carnali, non lo si metta, perché si è all’oscuro del suo male, vicino al fuoco, impiegandolo, ad esempio, nell’ascoltare le confessioni di donne. Colui che è disobbediente, non gli si affidi nessuna funzione di governo. Per evitare questo, il nostro Padre si riserva abitualmente alcuni casi: tutti i peccati mortali, le tentazioni violente contro l’istituto della Compagnia, contro il suo capo, e quelle d’instabilità. Detto questo, il confessore può, usando il discernimento, nel vedere il caso e le circostanze, chiedere il permesso di avvertire il superiore: c’è ragione di credere che così chi ha difficoltà sarà dal Signore meglio aiutato di ogni altra maniera. Il superiore deve essere informato in tutto e di tutto, anche del passato, purché non intervenga nessuna intenzione malvagia e custodendo la carità dovuta al prossimo.

CB I/4_3 [Epp 1854: III, 511.512