Come agire nella consolazione o desolazione spirituale

(Ri)leggere le Lettere di sant'Ignazio


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I pensieri che «vengono dall’esterno» rispetto a quelli che «provengono unicamente dalla mia libertà e volontà», si originano o dallo «spirito buono» o da quello «cattivo» (Ej 32). Essi hanno un effetto diverso. «È proprio di Dio e dei suoi angeli nelle loro mozioni», chiariscono le Regole del discernimento degli spiriti, «dare vera letizia e gioia spirituale» (Ej 329), mentre «l’angelo cattivo» (Ej 332) provoca «oscurità dell’anima», «turbamento», «in­quietudine» ecc. (Ej 317) o, al massimo, una consolazione ingannatrice (Ej 331), ben diversa dallo stato in cui essa si trova quando «il Creatore e Signore si comunica lui stesso all’anima fedele, abbracciandolo nel suo amore e lode» (Ej 15) e quando si produce quindi in essa una mozione interiore con la quale «viene ad infiammarsi nell’amore» di lui (Ej 316). È il momento, illustra Ignazio alla sua benefattrice, in cui egli ci «illumina» o ci «dischiude molti segreti» perché ci incamminiamo sulla strada che ha previsto per noi. L’altra «lezione» che egli, poi, «permette» per lo stesso fine ci viene con la desolazione, provocata dal nostro «antico nemico», il serpente (Au 19). Il santo le spiega quindi il modo di comportarsi in quel tempo di «prova», convinto che ci rimane la «grazia sufficiente» (Ej 320) per capire la natura delle insidie del nemico e resistere ad esse.



A Teresa Rejadell

(18 giugno 1536)

[Ci sono] due lezioni che il Signore usa dare o permettere. […] La lezione che dà è la consolazione interna che scaccia ogni turbamento e attrae all’amore totale del Signore, e alcuni, li illumina in tal consolazione, altri, dischiude loro molti segreti, e più ancora. Finalmente, con questa divina consolazione tutte le pene sono un piacere, tutte le fatiche un riposo. A chi cammina con questo fervore, ardore e consolazione interiore non c’è carico tanto grande che non le appaia leggero, né penitenza né altra pena tanto grande che non sia molto dolce. Questa consolazione ci mostra e apre il cammino che dobbiamo seguire e quello che all’opposto dobbiamo fuggire. Essa non è sempre in noi, ma torna sempre in suoi momenti determinati secondo il disegno [divino], e tutto questo per il nostro profitto. Poi, quando l’anima è rimasta senza questa consolazione, subito viene l’al­tra lezione: il nostro antico nemico accumula tutte le difficoltà pos­sibili per sviarci da quanto cominciato, ci vessa tantissimo e, assolutamente all’opposto della prima lezione, ci riempie molte volte di tristez­za senza che sappiamo perché siamo tristi: non possiamo pregare con devozione, contemplare, non il minimo sapore e né il minimo gusto interiore nel parlare o udire cose di Dio N.S. E non solo que­sto: se ci trova fiacchi e molto umiliati per via di questi dannati pensieri, ci mette in testa che siamo del tutto dimenticati da Dio, e giun­giamo a dirci che siamo completamente separati dal Signor nostro; quanto abbiamo fatto, quanto vor­remmo fare non vale niente. Si sforza in questo modo di farci perdere totalmente fiducia. E così vedremo che la causa della nostra grande paura e fiacchezza sta nel guardare troppo, ad ogni momento, le nostre miserie, e nell’umiliarci tanto sotto quei fallaci pensieri. Perciò chi combatte deve assolutamente essere attento: se è consolazione, abbassarci e umiliarci, pensando che presto verrà la prova della tentazione; se viene tentazione, oscurità o tristezza, andare contro essa senza provare alcuna amarezza, e aspettare con pazienza la con­solazione del Signore che dissiperà ogni turbamento, tenebra da fuori.

CB IV/2_4 [Epp 7: I, 104-105]