Come praticare la confessione abituale

(Ri)leggere le Lettere di sant'Ignazio


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A Pamplona, prima dell’attacco della fortezza assediata dai Francesi, Ignazio si era confessato a uno dei suoi compagni d’arme (cf. Au 1): una pratica, questa, allora in uso secondo le parole di Gc 5,16. Allo studente gesuita Antonio Brandão che lo interrogava circa il modo di prepararsi al sacramento il santo trasmette una risposta che completa quanto spiegato negli Esercizi a proposito dei peccati in pensieri (Ej 36-37) e degli scrupoli (Ej 345ss.). Per i peccati più importanti si raccomanda «la confessione al sacerdote» (Ej 354). La loro gravità si misura a fronte dell'amore infinito di Dio rivelato nel Crocifisso (Ej 53). La pratica del sacramento potrebbe aver luogo «ogni otto giorni» o almeno «più spesso del solito» (Ej 18), tenendo conto, però, che vi sono altri modi di farsi perdonare i peccati veniali.




Ad Antonio Brandão

1° giugno 1551

[La domanda è] se, nella sua confessione, uno scenderà a delle imperfezioni molto particolari, oppure dirà quelle più importanti, perché la confessione sia breve. [Risposta:] Per evitare che uno s’inganni in questo, occorre osservare su che punto il nemico lo attacca e vuole offendere Dio nostro Signore. Se uno commette facilmente il peccato mortale, lavori a prendere sul serio le minime imperfezioni sul punto in parola e se ne confessi. Se è portato, per scrupolo, a vedere dei peccati dove non ce n’è, non entri nei dettagli, ma dica solo le colpe veniali e soltanto quelle più importanti. Se, per la grazia di Dio, si trova con Dio in una grande pace, confessi brevemente i suoi peccati, senza scendere nei minimi dettagli, pur con grande confusione davanti a Dio, considerando che colui contro cui si commettono i peccati veniali è infinito, il che li rende infinitamente gravi. Ma per la suprema bontà di Dio N.S., sono veniali, e si perdonano con acqua benedetta e il gesto del mea culpa, la contrizione ecc.

CB V/6_1 [Epp 1854: III, 507.511)