Delle tentazioni sotto l'apparenza del bene

(Ri)leggere le Lettere di sant'Ignazio


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«Quando la persona si esercita nella vita illuminativa», osserva Ignazio, «è sotto apparenza di bene che, comunemente, il nemico della natura umana tenta di più» (Ej 10), ad esempio con motivi a prima vista caritatevoli. È il caso di una sua penitente di Modena che, a proprio nome o a nome di altri, faceva delle osservazioni indiscrete su un padre commissario della Compagnia di Gesù. Fiuta il santo nell’interessamento per questi un tentativo di allacciare un rapporto con l’Ordine che aveva da poco respinto la sua richiesta di legarsi a esso in obbedienza? Fatto sta che la mette in guardia contro gli illusionismi del demonio. Nei confronti di questi conviene agire con la risolutezza di cui lui stesso aveva dato prova in un episodio che rapporta un suo biografo: «fra le immagini dell’ufficiolo di N. Signora [dell’ufficio della Madonna] che io recitavo ogni giorno vi era una che tutta assomigliava ad una mia cognata; ed io, ogni volta che l’occhio cadeva su di essa, sentivo svegliarmi nel cuore mille pensieri del mondo, e una sciocca tenerezza verso i miei parenti e la mia casa. Così pensai di liberarmene […]; e lo feci con niente più che sovrapporre una semplice carta a quella immagine, sì che più non mi apparisse davanti: e togliendo dagli occhi questa, e dalla mente l’altra, che essa mi ricordava, fu un medesimo fare» (Bartoli II/3, 158-159).



A Girolama Pezzana

(2 dicembre 1553)

Due lettere, del 7 ottobre e 3 novembre, della Carità Vostra ho ricevute insieme, e la ringrazio della sua tanto buona affezione, dalla quale mi persuado sia mossa nello scrivere ciò che è contenuto in dette lettere. È vero che, quanto alla persona su cui si fanno delle osservazioni in quella del 7 ottobre, non posso se non giudicare che sia conosciuta e giudicata male dalle persone che sentono e dicono quello che V. C. mi scrive; ed è facile cosa che si siano lasciate ingannare, intromettendosi a riprendere non soltanto le cose esteriori, ma anche le intenzioni interne e occulte, delle quali solo Iddio poteva essere il giudice. E questo tal giudizio, manifestamente non buono, fa sì che non abbiano nessuna autorità nelle altre cose. Anche sul punto in cui possono avere qualche colore – cioè che quella persona viene trattata come inferma, essendolo assai – dove ci fosse carità solida e spirito vero uno non dovrebbe essere ritenuto delicato e sontuoso per il fatto che si serve dei comodi necessari alle indisposizioni sue e a quelle dei suoi, soprattutto essendo in un luogo in cui tutti sono stati ammalati per i disagi e maltrattamenti del corpo. Finalmente, se ho da dire quello che sento, V.C. tenga per tentazioni del demonio queste rappresentazioni, se sono vostre, e quali suggestioni, se sono di altri; e dico tentazioni assai contrarie alla carità, benché vestite di apparenza di spiritualità. Questa persona è conosciuta più da noi che da quelli che l’hanno giudicata; e così, tenendola noi come adatta all’incarico che gli è affidato, con l’aiuto divino, pare tanto giusto che siamo creduti come loro. E di questo non altro.

CB IV/3_3 [Epp 3951: VI, 8-9]