24. Gli esercizi spirituali dono del Cielo

(Ri)leggere le Lettere di sant'Ignazio


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Gli Esercizi spirituali sono un dono del Cielo, Dei beneficio atque instinctu, dichiarava Nadal. E Polanco: Ignazio li ha ricevuti sotto la guida diretta di Dio stesso, quindi «non tanto mediante la saggezza dei libri quanto molto di più grazie all’insegnamento dell’unzione dello Spirito Santo, all’esperienza interiore personale e alla pratica del rapporto con le anime» (cf. MHSJ 90, 842; 100, 62). Il santo sapeva di dover trasmettere alla Chiesa la grazia che aveva ricevuta, anzitutto con la visione del Cardoner, decisiva per il loro concepimento, quando Dio gli fece «comprendere e conoscere molte cose, sia delle cose spirituali, che delle cose concernenti la fede e le lettere, e questo con un’illuminazione così grande che tutte le cose gli apparivano come nuove» (Au 30). Qui, a un sacerdote portoghese che egli aveva scelto come confessore durante i suoi studi a Alcalá, nel 1526, e il quale l’aveva seguito a Parigi, nel 1532, raccomanda di fare gli Esercizi sotto la guida di un suo compagno (probabilmente Pierre Favre).



A Manuel Miona

16 novembre 1563

Grandemente desidero avere delle vostre notizie, e non è da meravigliarsi, dovendovi tanto nelle cose spirituali, come un figlio al padre spirituale. E poiché è giusto rispondere all’amore e alla benevolenza tanto grandi in cui mi avete sempre tenuto e che mi avete dimostrato con le vostre opere, e siccome io stesso oggi in questa vita non so niente con cui, quale una piccola scintilla, potrei darvi soddisfazione, se non nel mettervi per un mese a fare gli Esercizi spirituali con la persona che vi ho nominato, e che vi siete voi stessi offerti di fare, per il servizio di Dio N.S., vi prego che se li avete sperimentati e gustati, me lo scriviate; se no, per il suo amore e la morte acerbissima che patì per noi, vi prego di mettervici; e se doveste pentirvene, oltre al castigo che mi vorrà infliggere e al quale io mi espongo, ritenetemi per un beffeggiatore delle persone spirituali alle quali devo tutto. […] Due e tre, e quante volte posso, vi chiedo per il servizio di Dio N.S. ciò che vi ho detto finora, affinché alla fine la sua divina Maestà non ci domandi perché non ve lo chiedo con tutte le mie forze, dato che questo è tutto il meglio che io possa pensare, sentire e comprendere in questa vita, sia perché l’uomo possa tirare profitto per se stesso sia perché possa portare frutto, aiutare molti altri e procurare loro profitto. Se non doveste sentire la necessità per la prima cosa, vedrete quanto questo vi aiuta in modo imparagonabile e inestimabile per la seconda.

CB 13/3_3 [Epp 10: I, 112-113]