L'amore come scambio di doni ricevuti

(Ri)leggere le Lettere di sant'Ignazio


#Ignatius500 #LettereSPN


L’arcivescovo Gian Pietro Carafa, esponente della Riforma cattolica, fu prima vescovo di Chieti, poi cardinale e quindi papa col nome di Paolo IV. Aveva rinunciato alla diocesi per fondare a Roma, con Gaetano da Thiene, un Istituto di chierici regolari, detti teatini (da Theate, Chieti). Dopo il sacco di Roma del 1527 si era recato a Venezia con la sua comunità, di cui era il superiore. Scopo del nuovo Istituto era dare esempio – cosa allora tanto necessaria – di vita povera in comune. Nel 1536 Ignazio, che si trovava in quel momento a Venezia, si interessa delle sorti di un ordine significativo nell’ambito del rinnovamento ecclesiale. Osservando, però, che per la regola di povertà così rigida alla quale si è votato, l’Istituto non dà tutto il frutto possibile, ne scrive al fondatore. L’inizio della lettera illustra la sua volontà di mettere in pratica la «comunicazione dalle due parti» nella quale consiste per lui l’amore: ossia «quando all’amato l’amante dà e comunica ciò che ha o da ciò che ha o può, e come controparte a questo l’amato all’amante» (Ej 231).




A Gian Pietro Carafa

1536


Considerando che l’eterna vita beata tanto desiderata trova la sua fermezza e consistenza in un intimo e vero amore di Dio, nostro Creatore e Signore, la quale ci lega a tutti quanti siamo e ci obbliga a un amore sincero, non finto, ma veritiero nello stesso Signore che ha speranza di salvarci, se non lo impedisce la nostra fiacchezza, colpa e grave miseria, pensavo di scrivere la presente, non [però] con quel fasto abituale a molti (cosa che non condanno, se è ordinato nel Signore), perché [da parte di] chi esce dal mondo, lasciando dignità e altri onori temporali, si può facilmente credere che non voglia essere onorato né stimato con parole esteriori, dato che sarà più grande chi in questa vita si è fatto più piccolo. Così, lasciando da parte tutto quanto potrebbe incitare o muovere ad allontanarsi dalla vera pace interiore ed eterna, per amore e riverenza di Cristo nostro Creatore, Redentore e Signore, domando che la presente sia letta con lo stesso amore e intento con cui è stata scritta, il quale è tanto salutare e tanto sincero che, senza porre alcuna differenza, con tutte le forze che mi ha dato senza che io le meritassi, prego e supplico la sua infinita e somma bontà di degnarsi di colmare tanto la vostra persona, in questa vita e nell’altra, dei beni necessari all’anima e al corpo, e di tutto ciò che riguarda il suo santissimo e dovuto servizio: lo desidero, glielo chiedo e supplico.

CB XI/1_3 [Epp 11: I, 114-115]