L'amore di Dio rende leggeri i pesi

(Ri)leggere le Lettere di sant'Ignazio


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«Ognuno pensi che sarà favorito in tutte le cose spirituali nella misura in cui uscirà dal suo amore, dal suo volere e dai suoi interessi propri» (Ej 189). Chi si trova «nell’equilibrio della bilancia» (Ej 179), contrassegno del «timore filiale» – che per Ignazio è «una cosa sola» con il «puro amore» verso la sua divina Maestà (Ej 370) – si lascia sempre più muovere dall’amore di Dio che «discende dall’alto» (Ej 184, 237, 338). E la grazia che tale «mozione» produce nella sua anima, «attirandola tutta» a quell’amore (Ej 330), si palesa come «vera letizia e gioia spirituale» (Ej 329) che accompagna l’offerta incondizionata di sé: «suscipe, Domine» (Ej 234). Ai suoi corrispondenti il santo consigliava quindi di deporre il proprio spirito nelle mani del Padre eterno, per ricevere in cambio lo Spirito di Dio che deve regnare su di noi e indirizzarci sulla strada della sua volontà. «Soprattutto pensate che il Signore vi ama, cosa di cui non ho dubbio. Rispondetegli con lo stesso amore», raccomandava a Teresa Rejadell nel 1536 (Epp 8: I, 108-109). Dieci anni dopo incoraggia un vescovo, suo ex-compagno di studi a Parigi, a dare a Dio una simile risposta, invece di cedere alla tentazione di lasciare la sua carica per dedicarsi tutto a lui.



A Manuel Sanches

(18 maggio 1547)

Molto mi ha rallegrato e consolato nel Signore nostro una lettera di V. Sria, la quale è testimone non solo della memoria, ma anche della grande carità con la quale V. Sria desidera l’avanzamento del nostro profitto spirituale, nonché dell’onore e della gloria divina in noi per la quale tutte le creature furono fatte e ordinate dalla sua eterna sapienza. Prego io lo stesso Creatore e Signore nostro, per il cui amore ogni altro amore si deve prendere e regolare, che si prenda carico di remunerare con grazie molto speciali quello che V. S.ria ha per lui verso di me e le cose della Compagnia del suo nome. Da parte mia non so come potrei io soddisfare tale memoria e volontà di V. S.ria, se non rispondendo con memoria e volontà molto più grande: che Dio, autore di ogni bene, accresca in V. Sria i desideri del suo onore e servizio, con un continuo aumento della sua grazia, per metterli in atto; e che a lui piaccia togliere a V. Sria quei pesi che con ragione giudica nella sua lettera essere molto imbarazzanti per chi deve salire al trono tanto alto del paradiso. E sebbene non si lascino gli uffici assunti ed esercitati per onore divino, può essere alleggerito il peso dell’anima (che è l’amore) quando, pure nelle cose terrene e basse, uno non si fa terreno e basso, amandole tutte per Dio N.S. e in quanto sono per maggior gloria e servizio suo. Perché è cosa dovuta al fine nostro ultimo, e a sì somma e infinita bontà, che sia amato in tutte le altre cose, e che a lui solo vada tutto il peso dell’amore nostro; e perché questo lo merita molto da parte di noi colui che tutti ci creò, tutti ci redense, dando totalmente se stesso. Con ragione egli non vuole che lasciamo di dargli parte di noi stessi, lui che tanto interamente si è dato a noi e vuole darsi a noi per sempre.

CB VIII/7_1 [Epp 171: I, 513-514]