«Sono tutto un impedimento»

(Ri)leggere le Lettere di sant'Ignazio


#Ignatius500 #LettereSPN


«Povero di bontà», così Iñigo firma, con umiltà, le sue prime lettere. Il santo non esita ad ammettere le proprie inavvertenze (Epp 5950: X, 216), accoglie la correzione di Bobadilla che gli rinfaccia di non seguire le regole date per la corrispondenza (Epp 74: I, 277-282): «penso di mancare molto e temo di mancare ancora in avvenire» (Epp 58: I, 236-239), egli confessa nonostante tutta la cura con la quale si sforza di scrivere. È, però, prima di tutto davanti a Dio che si sente insufficiente: è convinto, scrive al duca di Gandía, di porre grandi ostacoli alle grazie che riceve da Lui, anzi, di essere «todo impedimento». In lui l’umiltà non è una semplice virtù morale: proviene da un profondo senso della comune condizione creaturale, ma anche della propria «fiacchezza, colpa e grave miseria» (Epp 11: I, 114), vissuto, però, in un atteggiamento di disponibilità sempre più ampia nei confronti di Dio e di «Cristo povero», lui che «da creatore è venuto a farsi uomo e discendere da vita eterna a morte temporale» (Ej 53; cf. 165-168).




A Francesco Borja

fine 1545


Così, prima che venga la grazia e operazione del Signore nostro, poniamo impedimenti, e dopo che è venuta, ancora altri alla loro conservazione fino alla fine. V.S. parla di tali impedimenti per abbassarsi di più nel Signore di tutti, e per elevarsi meglio al nostro livello, noi che desideriamo tenerci quanto più in basso possibile. Dice infatti che questa Compagnia non ostacola quello che il Signore vuole operare in essa, a giudicare da quanto si dice di Araoz in Portogallo. Quanto a me, mi persuado che prima e dopo sono tutto un impedimento; e di questo, provo maggiore soddisfazione e gioia spirituale nel Signore nostro, visto che non posso attribuirmi cosa alcuna che sembri buona. Una cosa sento – se quelli che intendono meglio non sentono una cosa migliore –, è che pochi in questa vita o, meglio detto, nessuno può determinare o giudicare esattamente in quale misura egli impedisce da parte sua e quanto danneggia ciò che il Signore nostro vuole operare nella sua anima. Sono ben persuaso che quanto più una persona avrà una profonda esperienza dell’umiltà e della carità, tanto più sentirà e conoscerà persino i pensieri più piccoli e altre cose minime che l’ostacolano e le nuocciono, anche se sembrino di poco o nessun conto, essendo così tenui in sé. Resta il fatto che avere una conoscenza completa delle mancanze ed errori non è di questa vita presente, come [lo attestano] il Profeta [Sal 18,18] quando domanda di essere liberato dalle colpe occulte e s. Paolo che non si sente giustificato dopo aver confessato di non conoscerle.

CB XIII/1_6 [Epp 101: I, 340-341]