Aridità spirituale nel tempo degli studi

(Ri)leggere le Lettere di sant'Ignazio


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Che dopo aver fatto gli Esercizi e aver scelto il suo stato ecclesiale, uno studente non sia più agitato da diversi spiriti come lo era durante questi, è segno che l’elezione è stata quella giusta. Se prima era forse agitato da varie tentazioni e tribolazioni, facilmente «morso dal cattivo spirito» (Ej 315) con i suoi pensieri che tolgono «pace, tranquillità e quiete» (Ej 333), è adesso in grado di «usare liberamente le proprie facoltà naturali», dandosi ai propri compiti scolastici. Ignazio stesso valorizza il «tempo tranquillo» come un tempo in cui uno ordina senza difficoltà tutti i mezzi – scelti da lui o messigli a disposizione – «a servizio del suo Signore e salvezza della sua anima» (Ej 177). Qui la mancanza di mozioni non ha più il significato negativo di prima (Ej 6). È questo che Ignazio spiega al rettore del collegio di Salamanca in riferimento ad alcuni residenti che si accusavano di non trovare la devozione che parrebbe esigere un vero rapporto con Dio. Anche un’eventuale «secchezza» o «aridità spirituale» non dovrebbe preoccuparli. Infatti, «non dipende da noi procurare o conservare [tale] devozione» (Ej 322). Essenziale è il tenere viva «la buona volontà di servire Dio e il prossimo per lui» (Epp 4020: VI, 109-110), con il proposito di crescere nelle virtù solide che sono la pazienza, l’umiltà, l’obbedienza, la rinuncia alla volontà propria e la carità.



A Bartolomé Hernández

(21 luglio 1554)

Che non tutti i nostri collegiali sentano quel gusto di devozione che si potrebbe desiderare, non è da meravigliarsi, perché colui a cui spetta dispensare questa grazia, la dispensa dove e quando conviene. E nel tempo degli studi, che sogliono arrecare non poco sforzo spirituale, è da credere che a volte la divina sapienza sospende questo genere di visite sensibili. Infatti, benché l’anima vi troverebbe molto gusto in esse, talvolta il corpo ne viene eccessivamente indebolito. E di per sé occupare l’intelligenza in materie scolastiche suole anche recare una certa aridità negli affetti interiori. Quando, però, lo studio è puramente ordinato al servizio divino [cf. Co 360], è già una buona devozione. Infine, se non si porta pregiudizio alla solidità delle virtù e se si dà alla preghiera il tempo richiesto […], che si abbia o meno molte consolazioni non va considerato come un grande inconveniente. Bisogna piuttosto accettare dalla mano di Dio quanto egli dispone a questo riguardo, tenendo sempre maggiormente conto di ciò che importa di più, cioè la pazienza, l’umiltà, l’obbedienza, la carità, ecc.

CB IV/2_1 [Epp 4619: VII, 270]