«Contemplativus in actione»

(Ri)leggere le Lettere di sant'Ignazio


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Se uno è cristiano, deve naturalmente avere i suoi momenti regolati di preghiera. Negli Esercizi, Ignazio prevede per la «consideración» (Ej 4), «meditación» (Ej 45) o «contemplación» (Ej 101) dei tempi precisi (cf. Ej 24-26, 72 ecc.). Ma questo non vuol dire che non si sia tenuti a pregare all’infuori di tali tempi, anche nella vita quotidiana. «Fra le azioni e gli studi», scrive Ignazio ai giovani in formazione, sempre «si può elevare la mente a Dio». Infatti, «indirizzando tutto al servizio divino, tutto è preghiera». Anzi, coloro ai quali «gli atti della carità più spesso tolgono il tempo della preghiera, non devono pensare che in essi piacciano meno a Dio che nella preghiera» (Epp 4012: VI, 91). Il santo, che contempla nell’azione, privilegia – all’infuori del tempo, limitato, di orazione – delle brevi preghiere, tali da permettere che il proprio agire sia servizio liturgico, offerta e sacrificio per gli uomini davanti a Dio e, così, glorificazione orante del Padre. A Francisco Borja, circondato nel collegio di Gandía da tendenze pseudomistiche, Polanco scrive a nome di Ignazio: non è, ovviamente, che l’azione sia come tale più perfetta della contemplazione, ma occorre non distaccare da quest’ultima l’azione, la quale deve fluire dall’ascolto della Parola e dall’indirizzo che essa dà alla missione del cristiano. Si offrono quindi alcuni argomenti per confutare l’idea di chi vorrebbe allungare eccessivamente il tempo di orazione.



A Francisco Borja

(luglio 1549)

Dire che un’orazione di una o due ore non sia preghiera e che ci vogliano più ore, è cattiva dottrina, contraria a quanto hanno sentito e praticato i santi. Lo mostra l’esempio di Cristo: se a volte passava tutta la notte in orazione, altre volte non vi stava tanto a lungo, come nella preghiera della Cena e nelle tre preghiere che fece nell’Orto. Lo mostra l’orazione che egli stesso insegnò: se breve, Cristo la chiama preghiera. Anche l’esempio dei santi Padri anacoreti: le loro preghiere non duravano ordinariamente un’ora. Abbiamo la pratica attuale dei fedeli e delle anime ferventi: una minoranza, e anche ristretta, e non tutti, fa un’orazione di due ore di seguito. Se la preghiera è «la domanda a Dio di ciò che conviene» e se, per darne una definizione più generale, è «l’elevazione della mente a Dio per pio ed umile affetto» (s. Tommaso d’Aquino), la si può fare anche in meno di una mezz’ora. Non sarebbero preghiere le orazioni giaculatorie, tanto raccomandate da s. Agostino e altri? Per quelli che fanno degli studi in vista del servizio divino e del bene generale della Chiesa, quanto tempo ci vuole che diano all’orazione se devono mantenere le facoltà dell’anima disposte al lavoro dell’apprendimento e conservare in buono stato il corpo. Sarebbe bene considerare che Dio non si serve dell’uomo solo quando egli prega; perché se così fosse, sarebbero corte le preghiere di meno di ventiquattro ore al giorno, a patto che sia possibile, dato che è tutto l’uomo che deve darsi a Dio, e il più interamente che può. Ma ci sono dei momenti in cui più che dell’orazione Dio si serve di altre cose, e se già a motivo di esse è contento che si lascia l’orazione, quanto più lo è che venga abbreviata. Allora sì, bisogna pregare sempre senza stancarsi (Lc 18,1), ma intendendolo bene, come intesero i santi e i sapienti.

CB XIII/5_1 [Epp 686AF: XII, 651-652] (testo adattato ai fini della presente pubblicazione)